La luce prima del tunnel.

Avete presente il momento in cui state per addormentarvi e sentite i muscoli del viso rilassarsi, la mascella cedere facendovi aprire leggermente la bocca e gli occhi che iniziano a roteare attorno al bulbo oculare portandovi in uno stato di abbandono facciale  (e non solo) totale?
E il suono del silenzio? Quella specie di fischio che fa da richiamo a tutte le vostre energie e le spegne…

Ecco io ultimamente non me ne ricordo più.

Nel momento in cui sto per addormentarmi istintivamente la fronte mi si aggrotta, stringo le palpebre e sbatto l’arcata inferiore dei mie denti contro l’arcata superiore, in un’espressione a metà tra un bufalo inferocito e un serpente in fase di attacco.
Mi irrigidisco, continuo a sbattere i denti e indurisco gli zigomi a tal punto che la mattina mi sveglio con dei dolori su tutto il viso.

Invece del tanto atteso sound of silence, partono lunghe serie di bussi aritmici tipo quando esci da un rave di techno e ancora senti la musica nelle orecchie.

Mi addormento comunque, per la stanchezza, ma il mio inconscio prova ad opporsi in tutti i modi, con reazioni anche fisiche totalmente inverse a quelle che normalmente si hanno rilassandosi.

Il mio inconscio prova a farmi resistere al sonno per difendermi.

Perchè quando dormo rientro nel tunnel, e questa volta non è buio e non è un posto di cui cerchi sapsmodicamente il fondo per vedere la luce.

C’è un sensore che rileva la presenza, se sei la persona giusta la luce si accende al tuo passaggio già all’ingresso.

Ci sono mattine piene di sole che entra dalle tapparelle (si, é un tunnel con affaccio su cortina interna silenziosissima!), baci del buongiorno, intrecci di corpi tra le lenzuola, che a un certo punto non sai dove finsci tu e dove comincia l’altro, l’odore di quella pelle, il sapore di quella bocca.
Il caffè appena svegli e la doccia calda insieme prima di andare a lavoro.
La lista della spesa da ricordarsi, perché se no sta sera siamo senza cena e ci ritocca il fusion giappoletano.

Insomma, uno di quei tunnel dove ti ci porteresti la residenza, un architetto bravo per arredarlo, e di cui io affiderei una copia delle chiavi a Marina, la sorella che ho scelto di avere nella città in cui vivo (sia mai dovessimo restare fuori, ci serve qualcuno vicino ed automunito che possa venirci incontro a metà strada per rientrare al sicuro).

Dove anche l’acustica è perfetta: nel silenzio della notte senti solo il battito di cuori rimbombare nel cuscino, come un tamburo (questa volta di quelli tibetani rilassanti però! ) che detta il ritmo sincronizzando i respiri.

E spariscono tutti i cattivi pensieri, restano sullo  stendino sul balconcino del tunnel, ad evaporare al sole caldo di un’estate piena di progetti e rotte da inseguire.

Ogni notte, nonostante le preghiere a chi dall’alto o dal basso possa esaudirmi mentre chiedo la liberazione da tutti i fili che ancora mi legano e mi intrappolano, il tunnel si illumina ed io come una falena mi ci dirigo.

Mentre tutti i mie nervi si tendono, c’è un’altra me che dentro a quel tunnel rinasce e vive felice fino alla prossima sveglia.

Che poi pospongo per avere i 10 minuti necessari a massaggiarmi la mascella e gli zigomi.

E a realizzare che l’inconscio ha perso ancora, e che sono uscita dal tunnel, ma evidentemente dalla parte sbagliata.

O forse non è un tunnel ma una rotonda?

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