Le regole del post-delitto

L’assassino che torna sul luogo del delitto, perché lo fa?

Cosa va a cercare nel posto in cui ha commesso il tentato crimine di togliere la vita a qualcuno?

Torna per una sorta di rituale che attiva spinto dal piacere sadico e sottile di veder compiuta la propria opera, o per lanciare una sfida di inafferrabilità, o per sincerarsi che non ci siano più tracce delle proprie azioni?

O forse torna a controllare che attorno al morto ci siano i parenti e gli amici a piangerlo, a soddisfare la curiosità malata di sapere che adesso tutto è a posto, per mettere a tacere le voci che da dentro urlano la vergogna di quello che ha fatto, rassicurarsi che il lavoro sia stato compiuto, che il corpo non si muova più.

Ma se il corpo si muovesse ancora invece? Se fosse rimasto un alito di vita, sorretto dal dolore o dalla speranza? Se la vittima si fosse finta morta per sfuggire alla ferocia e mettere fine all’accanimento del suo carnefice, e poi fosse silenziosamente scivolata via, sgusciando nel fango in cui era stata abbandonata e si fosse almeno parzialmente recuperata?

Cosa sarebbe giusto far vedere a chi voleva metterne a tacere la voce, a chi voleva cancellarne l’immagine, annullarne l’odore, disintegrare il ricordo ed è tornato forse per controllare che tutto questo stesse accadendo davvero?

Si potrebbe ostentare una finta resurrezione e la serenità di una vita che torna a scorrere come se nulla fosse accaduto o cedere all’istinto di far esplodere la rabbia o ancora, elemosinare sguardi di pietà mostrando il vero, cioè la sofferenza di aver perso ancora e il dolore che ancora si risente solo al pensiero di quanto si sia vissuto, del vuoto umano che ogni giorno si avverte per quel tentato assassinio, fisico o morale che sia, che non è mai stato spiegato.

Oppure, prima di decidere come reagire, si potrebbe provare a capire.

Chiedere all’assassino cosa sta cercando. In fondo, com’è che si dice, domandare è lecito, rispondere è cortesia..no?

Immaginatevela la scena: l’assassino che si aspetta la vittima ancora giacente nella sua sagoma disegnata a terra col gesso dalla Polizia, circondata da voci impietosite dalla scena e sguardi curiosi… ed invece la ritrova sveglia, in piedi, guardarlo negli occhi e chiedergli: Che vuoi?

Per gli scrittori da romanzo di appendice o di gialli da amori criminali destinati a perdere il loro colore col tempo, e con il colore tutta la trasudante intensità di storie fatte di ostacoli superati male, di scelte sbagliate, di soluzioni cruente ed affrettate, una situazione del genere è il colpo di genio, è la svolta inattesa.

Il lettore è lì che si aspetta chissà quale straziante verità, ammissioni di pentimento, suppliche di perdono, discorsi costruiti a tavolino in un summit di menti benpensanti che cercano il modo giusto per scagionare il colpevole, o un’improvvisazione a braccio che punti tutto sul gioco delle parti e sull’emotività del momento.

Che poi per far effetto basterebbe anche un basilare lucido ritorno alla realtà, la più banale verità: mi spiace non c’entri niente tu, sono io che non ho saputo gestire i miei istinti, sto male per quello che ti ho fatto, ho sbagliato e volevo che tu sapessi che ora anche io lo so.

Insomma quello che la vittima già si aspetta. La reazione ragionata al naturale evolvere di un sentimento negativo vissuto male, gestito in maniera istintiva senza riflettere al momento, che poi torna, ti rincorre tutti i giorni, ti raggiunge e ti ricorda quanto tu sia stato stupido a lasciar andare, anzi, a scacciare in malo modo quello che desideravi, e desideri. Ancora.

Il fastidio dell’ennesimo fallimento che rappresenta anche l’ennesima cosa in comune tra vittima e assassino: uno non è riuscito ad uccidere e l’altra non è riuscita a morire.

Perché non si uccide un vissuto immaginato per così tanto tempo da non crederlo più possibile, nemmeno mentre lo si sta realizzando, da considerarlo una cosa talmente tanto lontana e volerla ridicolizzare, stigmatizzare, rendendola inesistente.

E non muore chi a quel vissuto ha creduto e crede oltre ogni ragionevole ed irragionevole dubbio e piuttosto si finge morta pur di darsi un’altra opportunità. L’ultima. Che poi quando credi in qualcosa sarà sempre la penultima che ti concedi, ci sarà sempre posto per una speranza in più.

E invece, di fronte agli occhi vivi della vittima non-morta, l’assassino svanisce.

Non c’è risposta alla innocente domanda della vittima, perché colto di sorpresa dalla reazione di un corpo che si aspettava inerme, inoffensivo, cerca rifugio dietro trincee e blocchi comodi, che lui costruisce e lui solo può distruggere, e ancora una volta si pone in posizione di controllo, incurante di come la vittima possa poi sentirsi. Ancora una volta colpisce e scappa.

E si ripromette che non tornerà, ma tanto arriverà di nuovo il vuoto e pur di non mostrarsi ancora interessato, subdolamente manderà altri sul luogo del delitto, che possano riportare e dirgli quello che lui vuole sentirsi dire e cioè che va tutto bene.

Si perfeziona così ogni delitto o non-delitto, con l’assassino o sedicente tale che torna a cercare di darsi pace, e in qualche modo la trova.

“Ho provato a spegnere la tua esistenza, se non altrove nella mia mente, sono passato a vedere se c’ero riuscito, non ce l’ho fatta ma ti vedo viva, allora me ne rivado, poi magari torno o al massimo mando qualcuno a vedere se continuerai a respirare. Intanto sto sereno: tu sei sempre là e nessuno mi ha scoperto. A posto così.”

L’assassino la fa franca agli occhi di tutti (ma forse non ai suoi), la vittima resta tale: se è morta giace, se è viva… beh, in fondo è viva, anche se vive senza una parte di vita.

E, per chi la vuole, c’è l’illusione che tutto è bene quel che finisce. Anche se non finisce bene.

Flashback

 – Volevo sapere solo se stavi bene…

Se mi avessi dato il tempo di rispondere ti avrei detto che sto bene, io avrei scelto di rispondere alla tua bugia con un’altra bugia. E sicuramente tu ci avresti pure creduto.

 

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