Forse Dopo

Quando ho imparato ad addormentarmi da sola nel mio letto matrimoniale?

Ad usare il tirabuscion tirando nel momento giusto e senza spezzare in due il tappo di sughero?

A parlare con le persone che infondo non capisco del tutto, di cui non condivido le scelte, le posizioni, anche le più discutibili, contenendo il mio disappunto?

Esiste un fluido divenire delle cose, evidentemente, una specie di evoluzione cosmica, che ci porta ad acquisire delle nuove capacità, senza nemmeno accorgercene.

Beh si, nulla di nuovo, sarà più semplicemente l’esperienza, la tanto attesa maturità!

Ma ho fatto caso a come questa capacità mi ha cambiata, e ha allenato la mia forza di non cascare più in certi errori, attingendo, forse e finalmente, alla più grande lezione che tardiamo molto spesso ad imparare riguardo al tempo, e cioè che è sempre troppo poco e non può essere sprecato.

E così dormo serena anche se sono sola, bevo buon vino senza residui di sughero galleggianti nel calice e guardo film divertenti sprofondata nel sofà al caldo di una copertina di pile, che non è certo l’abbraccio rassicurante di un compagno, ma è quanto basta per sentirsi a posto.

Parlo con tutti, anche troppo mi sa, con la certezza che c’è del buono ovunque, ma che non tutti hanno la capacità di farlo emergere o di accettare che qualcuno gli faccia notare quanto siano migliorabili. E quindi ogni volta mi ricordo, e non è sempre facile, che bisogna saper apprezzare quello che di positivo riescono a dare gli altri, che sia tanto o poco, ascoltare e aspettare che l’essenza e la vera natura di chi ci troviamo accanto venga fuori a suo tempo.

Insieme ai desideri che coltiva, le preoccupazioni e le ansie che spesso enfatizzano i suoi difetti e ne condizionano i modi.

Lunedì scorso, per dire, ero al telefono con un operatore di un call center in Albania per cambiare decoder e ad un certo punto mi sono trovata ad ascoltare la storia della vita di questo ragazzo, che presto diventerà un rapper famoso, a suo dire, e mi inviterà al suo primo concerto…”e non ti lascio in prima fila Oriana, tu sarai dietro le quinte tra i miei amici!”.

La chiacchierata è stata davvero strana: mentre cercava di vendermi un nuovo pacchetto di canali, è riuscito ad agganciarsi al fatto che avrei dovuto accettare il trattamento di alcuni miei dati personali registrando la telefonata per raccontarmi con un tono anche un po’ supponente, del problema che lui ha con la sua privacy quando è qui in Italia, poiché essendo “famoso” i suoi fan lo fermano spesso per strada per chiedergli foto e autografi. Mi ha fatto molto effetto percepire quanto desiderasse poter tornare a vivere il suo sogno e ho ascoltato tutto il suo racconto sorvolando sui toni, sull’ostentazione, e a quanto pare lui lo ha apprezzato a tal punto da invitarmi addirittura al suo prossimo evento con le più grandi star della musica rap italiana! …Non so in realtà nemmeno come si chiami, ma gli ho dato il permesso di salvare il mio numero che un concerto, soprattutto di questi tempi, non si rifiuta mai!

Mi pare lo chiamino ascolto empatico, la capacità di comprendere il vero stato d’animo di chi ci parla. Ci vuole del tempo per imparare a praticarlo ma anche per capirne l’utilità, e richiede senso del contesto, fiducia negli altri e nelle proprie capacità.

Qualcuno potrebbe ritenerlo un’inutile perdita di tempo io, invece, nonostante non riesca sempre a farlo, l’ho trovato un ottimo esercizio che insegna, tra le altre cose, anche a difendersi da chi ci appare innocuo e invece non sempre lo è, da noi stessi quando diventiamo troppo severi e ci rimproveriamo per cose che avremmo potuto fare meglio o evitare, dalle mancanze prepotenti che arrivano all’improvviso mettendo a rischio l’equilibrio faticosamente raggiunto, dai fallimenti che potrebbero farci titubare riguardo le poche o tante certezze che ci sostengono.

Martedì sera, per esempio, sono caduta dalla scala, cercavo di sistemare una tapparella e mi sono sbilanciata.

Ho dato una gran sederata, se fossi stata al piano terra avrei forse scoperto un giacimento di petrolio a giudicare da come ho ridotto la scatola su cui sono atterrata!

Ci ho provato e non ci sono riuscita, ho avuto bisogno di un po’ di tempo per accettarlo, ma poi ho deciso che l’indomani avrei chiamato un operaio.

E coi miei bel lividozzi sul fondo schiena, ho chiuso il cerchio su una piccola delusione che mi ero data, non mi sembrava possibile che non fossi in grado di sistemare una sciocchezza simile, che non fossi autonoma. Mi è tornato il fastidio che sento tutte le volte che la ragazza che mi aiuta a sistemare casa mi dice: “Ci vorrebbe un uomo in questa casa!”.

Il dopo-caduta è stato tanto banale quanto risolutivo, una logica rivelazione quasi liberatoria, ma che per me non era così scontata e ha richiesto una caduta e un piccolo spavento.

Ho realizzato che non devo fare per forza tutto io, quando proprio non riesco posso semplicemente decidere di farlo fare a qualcun altro, se necessario pagando e in ogni caso ringraziando.

E la cosa non mi rende meno autonoma o meno indipendente.

Posso delegare tutto, tranne la mia capacità di autodeterminazione che è poi l’unica cosa che va salvaguardata.

Ho realizzato che ogni scelta segna un piccolo o grande nuovo inizio che spesso richiede la ricerca di nuovi equilibri ma in generale, se la scelta risolve un problema, almeno quel pezzo della tua vita dovrebbe facilitarsi, alleggerendoti.

E mi sono detta: ma pensa quanto starei meglio in generale se riuscissi a farlo con tutto, a darmi la risposta più logica per ogni situazione più o meno critica che mi si presenta, invece di costruirci sopra castelli di supposizioni, ipotesi e proiezioni probabilistiche…

Poi mi sono messa a letto e ho sognato mio padre, mi diceva con quel bel sorriso gioioso che ha sempre avuto: “ma si a papà, sei morta…e che fa?! È un bel modo di morire volando dalla scala!”  (…mi prendeva anche in giro!!) “Adesso devi solo scegliere dove vuoi essere seppellita, è tutto semplice!”.

Camminavano amabilmente, io sotto braccio a lui, sereni e sorridenti in mezzo ad un cimitero, cercando un posticino carino dove seppellire quello che di me non era andato oltre.

E forse il senso, in effetti, è sempre questo.

Sbarazzarsi di quello che non ci fa andare oltre, di modi di vedere e di vederci, di convinzioni che non ci aiutano più e non ci fanno crescere.

Imparare a pensare semplificando, ad avere fiducia nel dopo.

Perché forse dopo, è meglio.

(…e soprattutto dopo arriva Riccardo, supereroe della categoria “Tuttofare di Quartiere”. Quelli che salveranno il mondo insomma! 😉 )

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[Illustrazione dell’artista Peijin]

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