IL VESTITO A FIORI

Sta mattina ho disfatto la valigia. Ho sempre avuto un rapporto conflittuale con le valigie, non ho piacere né a farle né a svuotarle, mi sembra sempre di perdermi qualche pezzo mentre le riempio e provo un fastidioso senso di nostalgia tutte le volte che le svuoto.

Oggi dal mio bagaglio veniva fuori l’odore buono dell’ammorbidente di mamma che, come sempre prima che io parta, ha lavato tutti i miei vestiti. Sono tornata a casa mia in Campania, prima ancora che si potesse, sfidando le scadenze della fase 2, per non perdere l’occasione di rivedere tutta la mia famiglia prima che il tempo ci giocasse brutti scherzi.

Ho viaggiato in un treno con persone che ostentavano normalità, ma si vedeva lontano un miglio quanto fossero impacciate e a disagio. Il controllore mi ha anche detto che ho un bel sorriso, gli ho chiesto come lo avesse visto dietro la mascherina, mi ha risposto che si vedeva dagli occhi…

E forse sarà vero che adesso impareremo tutti a capirci a sguardi, chi lo sa, io al momento fatico a riconoscere i miei vicini, figuriamoci se riesco a capire gli estranei!
Ma una cosa l’ho capita dalla diffidenza con la quale le persone si guardano per strada, i clacson che hanno ripreso a suonare impietosi alle 7 di mattina, le litigate nelle file dei supermercati perché non si rispetta la giusta distanza.

Il timore che avevo quando tutto è iniziato si è rivelato una certezza: nulla è cambiato se non in peggio, questa pausa non ci ha insegnato nulla e ci ha lasciato solo un senso di vuoto, di perdita di un tempo dilatato che è sembrato infinito e che non recupereremo più.

Abbiamo acquisito nuove routine che faticosamente cerchiamo di far diventare parte della nostra vita perché ci illudiamo di poter dare un senso alla continua ricerca di coerenza cognitiva tra il nostro passato e il nostro futuro, sfruttando l’unico nodo tra queste due entità sulle quali possiamo agire fattivamente: il presente.

Attribuiamo alle nostre azioni il ruolo di poter riorganizzare anche retroattivamente le nostre cognizioni per fare in modo che tutto il nostro mondo fatto di credenze, opinioni maturate nel tempo, posizioni prese che ci hanno in qualche modo qualificato a noi stessi e agli occhi di tutti gli altri, resti valido al di là di ogni cambiamento esterno.

A sentire il professore di neurologia di uno dei tanti webinar che ho seguito durante la quarantena, pare si tratti delle meravigliose conseguenze delle euristiche, le scorciatoie che il nostro cervello impara ad usare in automatico per risparmiare energie, escamotage mentali che portano a conclusioni veloci con il minimo sforzo cognitivo.

In genere, dice lui, questi meccanismi ci salvano la vita, permettono al nostro cervello di non incastrarsi nella continua ricerca di una logica che giustifichi ogni nostra azione o ogni cosa che accade intorno a noi. Il problema sorge quando questi meccanismi diventano disfunzionali e si irrigidiscono, chiudendosi alla considerazione di tutto il resto che li circonda e rendendoci un pò come i cavalli con i paraocchi: capaci di vedere solo la strada che abbiamo scelto o, nei casi più gravi, che ci hanno imposto le circostanze e i casi della vita.

In entrambe le ipotesi, l’autopilota che ci guida per questi sentieri più o meno corretti lo fa per salvarci dal rischio di impazzire, favorendo una parsimonia energetica che è necessaria per la nostra mente e per aiutarci a soddisfare la necessità di sentirci in posizione di controllo.

Lo dice anche Gazzaniga, un famoso neuroscienziato statunitense:  “A posteriori la mente cosciente dà un senso ai comportamenti sorti inconsciamente creando una narrazione positiva e plausibile su ciò che stiamo facendo e sul perché lo facciamo”.

Naturalmente, non esiste alcuna garanzia che queste ricostruzioni siano oggettivamente esatte, ma lo sono per il nostro inconscio.

Gli psicologi sociali hanno compiuto negli ultimi anni svariati esperimenti dai quali appare inconfutabile che, per quanta razionalità si provi ad usare nel proprio quotidiano, resta sempre l’inconscio lo “spirito guida” che decide per noi e di nascosto da noi, chi amare, come votare, cosa comprare, in quale città vivere.

Come reagire all’opportunità di diventare migliore o, a quanto ho visto in giro, come non reagire affatto e fingere che nulla sia cambiato e che tutto sia rimasto come lo avevamo lasciato.

Se abbracciare un processo evolutivo che elimini quello che non ha funzionato o, come invece mi sembra stia succedendo, riprendere esattamente da dove eravamo rimasti senza apportare le giuste manovre correttive ai meccanismi erronei del passato, solo per non ammettere che erano un errore.

Io ci ho provato invece. Ho provato a fare tesoro dei pensieri che ho fatto durante questo silenzio.

Ho ripreso l’abito che avevo addosso il 24 agosto dello scorso anno, che ancora odorava di pomata all’arnica, nonostante fosse stato quasi un anno abbandonato nella cesta dei panni sporchi, e l’ho lavato. Ho deciso che non sarà lui a pagare le colpe di chi una mattina me lo ha tirato addosso e mi ha fatto nascondere i lividi della notte precedente sotto quella stoffa a fiori.

Ho disfatto il borsone da week end, che era lì da febbraio contenendo ancora il mio maxipull di lana rosa e la biancheria dell’ultima uscita fuori Roma. Quello lo avevo abbandonato in fondo all’armadio, per non ricordarmene più o forse per avere un posto preciso dove andare a ricercarlo quel ricordo quando avrei voluto farmi del male o in un momento di malinconia, non lo so. Ma ho sistemato anche quello, ogni cosa è tornata al proprio posto.

Ho riportato alla luce quello che mi ero limitata a nascondere per non vederlo più e gli ho ridato un posto nel mio mondo e una funzione nella mia vita. L’abito a fiori mi fa sentire bella, il borsone del week end andrà presto riassettato per nuove partenze.

E poi mi sono tolta i paraocchi e ho scelto una nuova direzione.

E così una mattina all’improvviso mi sono svegliata serena, ho rinviato la sveglia di cinque minuti e mi sono goduta una mano che mi passava le dita tra i capelli, mentre l’altra mi stringeva dolcemente le spalle e nel frattempo mi arrivavano tanti baci sulle guance.

E mentre mi accoccolavo in quell’abbraccio caldo e possente, uno di quelli in cui ti senti adorabilmente piccola, al sicuro e non in trappola, ho ripensato spontaneamente ad una cosa che non credevo mi sarebbe mai più tornata in mente, mi sono detta: “eccoli, i cinque minuti più belli della giornata…”

E poi, dopo il mio caffè lungo, non doppio, con la musica di sottofondo prima e il discorso contro il razzismo di Obama poi, altri cinque minuti di coccole sul divano rubati alla call delle 9 che incombeva, sono tornata a casa e ho attraversato tutta la città.

Il Gianicolo, parte del colonnato del Vaticano, castel Sant’Angelo, uno scorcio di Piazza del Popolo prima di imboccare il Muro Torto e alla fine il bersagliere di Porta Pia prima di trovare una inattesa onda verde sulla Nomentana e arrivare dritta a casa mia, sempre accarezzata dall’aria fresca che entrava dai finestrini e con la radio che trasmetteva musica allegra.

Roma era proprio bella, nonostante la gente che non cambia nemmeno dopo una pandemia, i nuvoloni grigi in cielo ed un vento irritante. Me la sono ricordata ostile, antipatica, quando era solo sporcizia, traffico e tempo sprecato in macchina a cercare di arrivare puntuale. Ed infatti è sempre lei solo che non l’avevo mai guardata come l’ho guardata ieri, con questi occhi nuovi.

Canticchiavo tornando a casa, per un pò ho dimenticato i giorni precedenti e i motivi dolorosi che avevo avuto, e ancora ho, per tornare dai miei. Ho pensato a quando rimetterò il vestito a fiori, la prossima volta che andrò a passeggiare di nuovo spensierata su Ponte Sant’Angelo e mi fermerò a ballare sulla musica di un’artista di strada che canta Carmen Consoli, avvolta in un abbraccio, mentre la gonna lunga del mio abito a fiori ondeggerà dolcemente sospinta dal venticello del Tevere.

E guardandomi nello specchio dell’ascensore mentre salivo a casa, ho realizzato che la felicità è spietata.

Arriva e non si cura di quanto di più terribile ti stia accadendo.

Ti suggerisce l’abito giusto e ti porta per sentieri che non sai ma che alla fine, molto probabilmente, amerai.

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