Tre ciotole

L’intercity scivola lento verso Roma, è buio fuori e non so capire a che punto del viaggio siamo, nè quanto ritardo abbiamo accumulato per dare giustamente la precedenza ai viaggiatori delle frecce.

Ma non mi importa molto quanto tempo ci impiegheremo.
Uno dei vantaggi del non avere nessuno che ti aspetta è proprio quello di non avere alcuna fretta ad arrivare.

Capisco, durante questi viaggi, mio padre quando diceva: è così bello viaggiare in treno, non hai pensieri, ti guardi il panorama…

Quando è giorno in effetti il posto finestrino di un intercity è meglio di uno schermo di un cinema 4k, ammesso che abbiamo pulito i vetri.
La natura ti scorre fluida davanti agli occhi, la lentezza ti dà il tempo di mettere a fuoco tutti i suoi colori e la sua mutevolezza.

All’andata, per esempio, sono rimasta incantata dalla visuale che improvvisamente, rotolando da una collina rigogliosa, ha aperto lo sguardo al golfo di Gaeta ancora abitato da qualche barca a vela solitaria.

Ma questo ritorno in una serata di luna calante, poco si presta allo spettacolo del panorama, e quindi ne approfitto per leggere un libro che ho comprato l’estate scorsa ma che poi non ho avuto il tempo di leggere.

Quando l’ho riaperto il primo pensiero è stato, come sempre, quale potesse essere il segnalibro giusto, ma sono rimasta spiazzata da una vecchia foto di me spettinata e adolescente sottobraccio ad una bella signora brizzolata avvolta in un largo cappotto scuro che mi guardava sorridendo, che è comparsa tra le pagine. Il libro aveva già scelto il suo portasegno, ed era quella foto di me e mia madre che ancora non so come sia finita lì.
Ho dato poca importanza a questo insolito ritrovamento, da qualche anno a questa parte è prassi che foto, oggetti, lettere appaiano dove meno me le aspetti, ho imparato ad accogliere questi segni decidendo che fossero indicatori di una presenza che mai mi lascia sola e sempre torna nei momenti più complessi a ricordarmi chi sono e che non sono sola, anche se apparentemente potrei sembrarlo.

Il libro inizia quindi con un ottimo incoraggiamento, anche se il primo capitolo parla di una donna che scopre di essere malata (ed anche questo mi sembra il toc toc delicato di qualcuno che torna a dirmi ‘tutto si affronta’).

Per gestire il disagio alimentare che la malattia le aveva provocato compra 3 ciotole e le riempie di tutto ciò che ritiene possa sfamarla senza disgustarla, tre ciotole che riempie una sola volta al giorno, e così facendo rieduca, attraverso un gioco di proporzioni, il suo corpo.

Mi sono fermata un attimo a ragionare ed in effetti, allargando il campo, ho concluso che la vita è tutta una questione di proporzioni, ma la regola non è sempre la stessa e la conta delle ciotole non è facile, come non è facile riempirle da soli e quindi spesso si cerchi aiuto nel comporre, così come il processo rieducativo che attiviamo di fronte ad ogni squilibrio cambia in base a chi o cosa lo ha provocato.

Ci sono relazioni per le quali quanto più dai più ti aspetti, e quindi segui una regola più che proporzionale, probabilmente perché dai per scontato che le tue sensazioni sulla bontà di quel legame siano autentiche per te come per l’altro, e dunque senti la sicurezza di avere a che fare con qualcuno che tiene a te forse anche di più di quanto tu tenga al vostro rapporto.
Questo accade quando si incontrano storie affini, che per punti in comune, bisogni complementari e pari capacità di esserci per l’altro, si affiancano rafforzandosi l’un l’altro, e questo rende le ciotole equilibrate per entrambi.

Poi ci sono invece quelle dinamiche misteriose per le quali decidi di dare senza aspettarti niente in cambio, e questa volta non c’entra quanto l’altra persona abbia contribuito a farti maturare delle sensazioni positive.
La proporzione è 1 a zero semplicemente perché ti va di farlo, in una gestione del dare che risponde più alla tua coscienza e ti rende unica fonte per le ciotole di tutti.
Questo è il caso di quelli che hanno un animo talmente forte da reggere a questo gioco senza l’aiuto di nessuno, faticando ma amando questa fatica, perché li fa sentire giusti.
Non migliori, non di più di qualcun altro, ma giusti rispetto a quello che la loro indole reputa corretto.

E infine ci sono quelli che prendono tutto ciò che possono e danno il minimo indispensabile.
E quando incontrano l’altro prendono dalle sue ciotole quello che gli serve, senza però lasciarci niente, ma poi proseguono per la loro strada quando non ne hanno più bisogno, felici di essersi presi questo passaggio Carontideo (usando una parola che di certo non esiste, ma ecco…Caronte credo lo conosciamo tutti…) che da una sponda incerta della loro vita li ha accompagnati tenendoli per mano ad una nuova sponda, ignota si, ma con il lato positivo di essere lontana da quella precedente.

Non so bene nel mio processo rieducativo che tipo di ciotole io stia alimentando e condividendo, l’arte di farsi bastare il minimo non è mai stata una mia specialità, così come però sono sempre presente per quelli a cui tengo e non ho problemi a riempire le ciotole altrui con tutto il bene che posso e senza aspettarmi necessariamente un ricambio…

Mentre ci ragiono perdo il senso del tempo, accumuliamo minuti di ritardo che non conto e improvvisamente la voce automatica annuncia l’ingresso in stazione Termini.
In quell’esatto momento il telefono mi vibra tra le mani: “Sei arrivata?” chiede ansiosa l’anteprima di un messaggio.

Si, sono arrivata, non so di preciso che ora sia, scendo dal treno e trovo una Roma calda, ma con il suo venticello friccicarello ad accogliermi.
Attraverso piazzale dei Cinquecento pieno di militari e poliziotti che fanno lo slalom tra i senzatetto raggomitolati nei cartoni a guardare le stelle.
È incredibile come in questa città tutto diventi poetico, pure la passeggiata veloce verso la fermata del 38 sempre più lontana ma unica salvezza in una capitale che ormai ha ingurgitato tutti i taxi di turno a qualsiasi turno.

Mentre l’autobus mi porta a casa, noto Corso Trieste pieno di ristorantini con le lucine accese ad illuminare ancora i dehors e le coppiette o le comitive intente a godersi questa chiusura di week end nel migliore dei modi.

Mi torna in mente la sincronia della voce automatica del treno con il trillio del mio telefono all’arrivo del messaggio e penso: beh, magari nessuno mi aspetta ma chi ci voleva essere al mio arrivo …c’è stato.

Poi arrivo a casa e svuoto la borsa, tiro fuori le mie tre ciotole che hanno in verità la forma di pacchetti con la carta argentata sapientemente arrotolata attorno al contenuto.

In una c’è una piccola ciambella fritta, ci fai colazione domani…
In un’altra un pezzo di crostata, l’ha fatta Raffaella (la nostra vicina di casa) la devi assaggiare pure tu…
Nell’ultima un pezzo di una tavoletta di cioccolato al pan di zenzero, è l’edizione natalizia della Milka, provala!

Le mie tre ciotole sono colme di dolcezza e coccole, di quell’accudimento semplice e sano che da soli non sempre si riesce a produrre. 

Chi le ha preparate evidentemente sa che si tratta dell’unico ingrediente necessario a rieducare il mio corpo dopo uno squilibrio, o meglio l’unico che serva lo aggiunga qualcun altro perche il resto c’è già, lo metto io.

E per fortuna mamma lo sa.

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