Piccolo sogno

Ho cambiato profumo, ho pensato che non volevo più profumare di amaro come la vita e agrumoso estivo,  volevo sentirmi come appena uscita da una pasticceria, ancora intrisa dell’odore di zucchero vanigliato sparso sulle sfogliatelle e del pepe nero macinato con minuziosa attenzione su un cioccolatino chic, un confetto gourmet, una creme bruleè da nouvelle cousine…

Senza una ragione specifica, senza un motivo scatenante o un procedimento logico, quindi, ho comprato di getto un profumo nuovo e ho iniziato a spruzzarlo ovunque e mi piaceva, mi piace, aprire l’armadio o passare davanti al bagno e sentire quella nuvoletta di zucchero filato aromatizzato in giro per casa.

Profumare di qualcosa che soddisfi il palato, dando anche un senso di sottile godimento, secondo me, predispone meglio le persone alle quali ti approcci, con le quali trascorri del tempo.
C’è un’apertura diversa, la stessa di quando hai voglia di gelato ed entrando in gelateria ti si illuminano gli occhi e in bocca hai già l’acquolina.

Come se quell’odore in qualche modo fosse presagio di una felicità inaspettata, un incontro che sarà sicuramente sereno con quella persona dal carattere e dall’indole accogliente, che vorresti fosse sempre lì per confortarti o semplicemente per condividere gioie e dolori nella certezza di essere compresi.

Che è una sensazione che l’agrumato non contempla, l’amaro delle bucce del mandarino è un riflesso solare ma aspro di una vita frenetica che non chiede niente a nessuno e non da se non raramente e per scelta ragionata.

E poi la vaniglia mi ricorda i soprabiti che mia madre indossava quando ero piccola, uno in particolare, un montone color caffelatte che, quando lo indossava, le conferiva questa allure delicata e persistente, rassicurante e dolce, una coccola che avrei voluto e vorrei tuttora avere sempre a portata di mano, in una tasca da cui estrarla nei momenti bui: un’annusata e tutto passa.

Poi l’altra sera mi hanno portata a cenare in un ristorante un pò fuori mano, di un’elegante sobrietà e con le luci soffuse.
Andando via sono passata vicino alla cucina e ho dato un’occhiata dentro, dove gli chef ormai stanchi si preparavano a rimettere tutto al proprio posto, pulire, chiudere il servizio e sorridevano, scherzavano tra di loro.
E ho avuto una folgorazione.

No forse non è la parola giusta, è stata piu un’emersione non contemplata di un ricordo che avevo sommerso, un flashback inaspettato e scioccante alla The Bear.
Ho ricordato dove ancora avevo risentito quel profumo di buono, sicuro, felice.

Andavamo spesso in un ristorante fuori mano anche io e te, avevamo sempre lo stesso tavolo, e quando arrivavamo il maitre sorrideva entusiasta appena ci vedeva entrare.
Ci sorrideva in quel modo mentre ci accompagnava al tavolo, quando ci vedeva sgattaiolare fuori perché tu volevi fumare, e si godeva la scena di noi due al freddo nel piccolo patio, dalla sua postazione in cassa: non mi facevi portare il cappotto perché volevi scaldarmi tu abbracciandomi con la mano libera dalla sigaretta e io ti lasciavo fare mentre ti rimproveravo perchè mi avresti impuzzolita di fumo.

Sorrideva luminoso quando mi beccava a fissare con gli occhi a cuore l’incredibile, mastodontica affettatrice antica che avevano in una piccola saletta con le pareti di vetro su un lato del locale, circondata da prosciutti che penzolavano giù dal soffitto come preziosi lampadari di cristallo e bottiglie di vino dall’aspetto costoso.

Sorrideva gioioso quando si avvicinava a portarci una delle sue sorpresine culinarie, sussurrando con un tono di suspance e uno sguardo tendente al malizioso: “assaggiate…”.

Sorrideva quando dopo le sue mille sorpresine riusciva nel suo intento di farci essere gli ultimi a lasciare il locale e veniva a chiacchierare un pó con noi.

E sorrideva anche quella sera, quando guardandomi estasiata mangiare il dolce si avvicinò e mi disse: vuol venire nelle cucine a conoscere il nostro chef?
E ci portò nelle cucine per mostrarci la delicatissima operazione di affumicatura del sale con cui insaporivano il branzino, ma nella cucina si sentiva forte l’odore zuccherino di crema, nocciole tostate e spezie.
Ecco dove altro ho sentito quel profumo.

Ho cercato di distogliere la mia attenzione da questo ritorno inprovviso, e non ci ho pensato se non in quel momento. Ho trattato questa sensazione come se fosse poco importante, un ricordo inutile.

Ma poi mi ha sorpreso ieri rendermi conto che quando mi sei tornato in mente tu, evidentemente anche io sono tornata in mente a te, visto che sei venuto a cercarmi dove sai che mi avresti trovata e dove eri certo che io avrei saputo che tu fossi passato ‘a chiedere’ di me.

Mi dico che sono casualità e che di certo la tua sia solo pura curiosità, mi rassicuro sviluppando il pensiero che stai bene, che sei felice come quando mi vedevi arrivare e mi abbracciavi sollevandomi da terra.
Come quando il giorno prima dei nostri incontri mi dicevi: vado a fare la spesa, ti compro i biscotti che ti piacciono tanto, e il pesce te lo cucino come lo facciamo dalle mie parti, e gli piazzavi delle fettine di limone in pancia e altre spezie che dio solo sa, perché era tutto una sofisticazione, un rituale sacro e inviolabile, e io preferivo gustarmelo piuttosto che pensare a replicarlo, tanto me l’avresti rifatto tu ogni volta che ne avrei avuto voglia.

E poi compravi anche il mio the preferito, della migliore marca in commercio e di mattina si prendeva prima il the in cucina poi il caffè sul balconcino, vista campagna incontaminata.

Ho ricordato di quando ad un certo punto comprasti prima lo specchio grande perché tu possa specchiarti intera prima di uscire, poi la copertina in pile perché quando ti addormenti sulle mie ginocchia, la sera mentre guardo Game Of Throne, poi ti raffreddi. Poi una pochette per metterci dentro i tuoi prodotti che li lasci sempre in giro e poi, ovviamente, liberasti lo spazio nell’armadietto del bagno per questa mia pochette.

Un’escalation di piccole meravigliose attenzioni che per me erano giganti, visto l’orso che sei sempre apparso.
Così come dovevano sembrarti giganti le mie per te.. anche se io orsa non sono stata mai!

Come quando alla fine delle nostre cene tu insistevi per pagare e alla cassa io ti abbracciavo da dietro poggiando una mano sul tuo petto e tu rispondevi appoggiano la tua sulla mia.
Poi la baciavi e mi dicevi: sai di buono.

Anche in quel caso il signor Alessandro, a testa china sulla cassa,  probabilmente sperando di non esser visto, alzava lo sguardo leggermente. E sorrideva.

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