La paura è un peccato

Quanti viaggi sto facendo ultimamente e quanto bene mi faccia avere il tempo di guardarmi intorno mentre rifletto è decisamente una certezza.

E rifletto già da tempo su quanto il mondo sia diventato un luogo strano e la gente si sia persa a tal punto in questa stranezza, da non distinguere più non solo l’oggettivamente giusto dagli errori più gravi, ma nemmeno banalmente un ipocrita politically correct da una palese figura di merda.

Capita a tutti i livelli, e diciamo che nei rapporti interpersonali sono situazioni prevalentemente a carico del sesso forte, notoriamente ricondotto allo stereotipo del machismo che diventa la giustificazione ad ogni comportamento scorretto nei confronti di una donna.

Sono diventati ormai semplicemente buffi clichè questi soggetti con i principi di labirintite sociale, che vivono solo dove tutto e tutte girano attorno a loro o, ancora peggio, quelli con la sindrome di Ulisse ed un mondo gravosamente appoggiato sulle loro spalle, fatto di problemi che il più delle volte loro stessi hanno creato…e che si lamentano pure per poi scomparire, giustificati da una stanchezza che tu, donna, non puoi capire dai!

Quello a cui non ero pronta era sentire con convinzione e su un palco pubblico la più vergognosa e avvilente disquisizione sulle ragioni per cui una determinata carica espressa al femminile possa essere, in qualche modo che non ho capito, sminuita.

E sentirlo da una donna, poi, con un linguaggio intriso di maschilismo, ragioni senza alcuna logica, frutto di una cultura che affonda le sue radici in un patriarcato talmente consolidato da non riconoscerlo nemmeno più, da farlo diventare quasi un vanto.

Una che, secondo me, nel suo piccolo non esita a ricondursi alla figura disgraziatamente deformante nell’estetica e nei fatti della “donna con le palle”.

Una sorta di animale mitologico dal quale onestamente io sono anche un pò schifata, una brutta immagine da dove la guardi guardi.

Toglie il fiato, toglie la parola, ti fa passare anche la voglia di imbastire una discussione, perché ti porta facilmente a cadere nell’ennesimo tranello maschilista del “non ci arriva”.

E invece forse andava fatto, qualcuno doveva alzarsi e dirglielo: non è così ragazza, vieni che ti spiego. 

Vieni che ti spiego cosa sono le quote rosa, anzi le quote di genere, e che servono a rompere il sistema altrimenti il sistema romperà noi, come forse ha già inziato a rompere te.

Vieni che ti spiego che dall’ultimo report sul Global Gender Gap si evince che ci vorranno 134 anni per raggiungere la piena parità di genere, ben 5 generazioni in più rispetto a quelle previste da Agenda 2030.

Ti spiego che se tu hai fatto un concorso con altri uomini e a parità di condizioni hai vinto tu e che per questo ritieni doveroso non alterare il maschile del tuo titolo, pure io mi sono laureata come i miei colleghi maschi a parità di condizioni e quando mi chiamavano dottoressa non mi sembrava di mancare di rispetto alla categoria…e comunque la parità era (ed è tuttora) garantita solo alle condizioni iniziali, perché poi mi pagavano in media il 5% in meno solo perché donna (si chiama Gender Pay Gap, così,  per essere precisi…).

Ti spiego, ma partiamo dal fatto che persino L’ARMA che rappresenti è orgogliosamente femmina, la tua DIVISA è orgogliosamente femmina, TU sei (o almeno dici di essere) orgogliosamente femmina …e alla TUA DIGNITÀ perché lo vieti?

Diceva Oriana Fallaci: la paura è un peccato. Aveva ragione, abbiamo peccato tutti e tutte tacendo per il timore delle conseguenze. 

Tutti e tutte tranne le tre donne sul palco, quelle che dopo, in 90 minuti di spettacolo, a quella ragazza hanno scompigliato lo chignon meticolosamente costruito e sostenuto da mollettine simmetricamente diffuse sulla sua pettinatura a rispetto di un rigore che fosse in linea con la sua divisa, con i suoi gradi ma di certo non con la sua essenza di donna.

I processi di autodeterminazione di una donna viaggiano spesso a velocità diversa dalle loro vite, dalla loro età, dai loro avanzamenti personali e professionali, ed è per questo che bisognerebbe avere la capacità di parlare tra di noi, sempre, essere l’una la bussola dell’altra, impuntarsi, ma soprattutto affidarsi a quelle donne che ne sanno più di noi o con le quali imparare insieme una nuova forma di rispetto che meritiamo tutte, già nelle parole.

E smettere di avere paura di parlare.

Perché, come ha detto una che per fortuna paura non ne ha avuta: di tutte le cose che le donne possono fare nel mondo, parlare è ancora considerata la più sovversiva.

E però bene amiche, bisogna parlare bene.

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